venerdì , 30 Luglio 2021
Home » Cinema e TV » Serie TV » True Detective 2 – L’epicità dell’impotenza
true detective

True Detective 2 – L’epicità dell’impotenza

Si è da poco conclusa la seconda stagione della serie americana True Detective, prodotta dalla HBO dopo il grandioso successo di pubblico e critica della prima. Una stagione che ha vissuto alti e bassi, ha scatenato dubbi ed accuse, ma anche applausi per come è riuscita a svoltare rispetto ad un intreccio che sembrava destinato a ripetersi ed a garantire imperituro successo. Sicuramente è una serie che pone innumerevoli domande; ma la fondamentale è:

Una serie tv deve necessariamente, in virtù del nome, mantenere un suo tracciato a livello di sceneggiatura?

Di puntata in puntata, ci si rende conto di come anche i punti fermi che lo sceneggiatore/deus-ex-machina Nic Pizzolato sembra mantenere (il richiamo all’esoterismo – laddove prima c’erano gli abominevoli rituali di Carcosa e del Re Giallo ora sembra esserci spazio per la Santa Morte; il macigno del passato sulle storie dei personaggi, non solo dei protagonisti, col suo carico di condizionamenti del comportamento nell’oggi; le mille cose non dette, la tensione delle storie inconcluse…) siano comunque visti sotto una luce nuova e abbacinante.

Già ad una prima occhiata, appare chiara una cosa: la prima serie era stata pensata come un lungo film che scioglieva le trecce dei suoi misteri in un finale entusiasmante e misterioso, malinconico nella sua soluzione-non soluzione, molto incentrato sui personaggi e sulla maestosa mestizia della dicotomia di Giustizia e Morte; il tutto affidato per tutta la stagione alla mano strabiliante di Cary Joji Fukunaga, che setta la barra su una regia omogenea sempre attenta a far filtrare, nel panorama affascinante e desolato della Louisiana e negli sguardi dolenti dei personaggi, tutta la cupezza della storia e dell’umanità dipinta, lasciando però entrare tra le serrande della follia latente i raggi di una soluzione, di una  possibile redenzione, per quanto fioca sia questa luce.

La seconda invece, oltre ad essere affidata (come la maggior parte degli altri telefilm) a registi diversi per ogni puntata, appare molto più incentrata su un intreccio fosco e che neanche i personaggi del film capiscono fino in fondo, non c’è il lume del primo, c’è solo un poutpourri di umanità senza speranza, becere esistenze californiane proiettate contemporaneamente in un gioco che nessuno è in grado di comandare ma cui tutti paiono (almeno inizialmente) volere giocare. La complicatissima trama appare finanche un po’ troppo fitta, con molti personaggi apparentemente irrilevanti, i protagonisti sballottati qua e là più alla ricerca di una soluzione con sé stessi che la vera risoluzione del caso, guidati dal passato e dai sensi di colpa, navigando a vista tra insidie e dubbi affidandosi all’intuito più che all’analisi ed alla razionalità.

Tentiamo un paragone: è un The Wire molto più disperato e nichilista, in sostanza.

Non c’è più un Matthew McConaughey – Rust Cole che, con la collaborazione del partner Woody Harrelson – Marty Hart, prenda in mano la situazione e risolva i pezzi del puzzle, ma un gruppo di personaggi ai margini della Vera Storia: tutte le cose si svolgono lontano da loro, la soluzione del caso avviene quasi per caso, viene quasi più accettata che cercata.

Il finale inoltre si attiene ad una normale e dolorosa epicità: gli antieroi devono per forza cadere, ma cadendo si elevano ad altezze mai raggiunte durante la serie. Altezze umane, un contrappasso per la salvezza di altri. Non solo i pochi agli antieroi vicini.

Io ci vedo meno speranza del primo: se da un lato i sopravvissuti potranno continuare le proprie esistenze e preparare la vendetta (come si presume nell’ultima scena della serie), i nomi sono più chiari e c’è molta più casualità; questa casualità che ha determinato il finale è l’emblema di una tragedia umana che non permette sconti, neanche la possibilità di mandare l’ultimo messaggio al proprio figlio.

Quindi una serie onesta, senza i voli pindarici della prima, forse un po’ meno coinvolgente, ma non per questo meno potente nel portare avanti la sua riflessione sull’umanità, sulla giustizia, sulla morte.

E bravo Vince Vaughn – Frank Semyon, che forse ora riuscirò a smarcare dal suo ruolo in Dodgeball.

p.s. C’è anche un po’ di Italia in questa serie! Guardate il libro appoggiato sul tavolo quando Colin Farrell –  Ray Velcoro e il figlio discutono di “ti voglio bene Moi non plus” (sesta puntata).



Guarda Anche

amalia ines veleno il segreto

Anticipazioni Il Segreto: Amalia vuole uccidere Ines!

Le anticipazioni spagnole della soap opera "Il Segreto" ci rivelano dei gran colpi di scena! Amalia vuole uccidere Ines! Riuscirà nel suo intento?